Rivoluzione nel petrolio…Minaccia o Risorsa?
Tar Sands, in italiano sabbie bituminose, sono poltiglia di terra e petrolio di cui il Canada, ma non solo, è particolarmente ricca.
I nativi della zona, la tribù dei Cree, le usavano per rendere impermeabili le chiglie delle canoe.
Ora che si è trovato il modo per separare il greggio dal fango, le sabbie bituminose stanno trasformando il Canada in uno dei maggiori produttori di petrolio.
Un cambiamento che sta avendo conseguenze in tutto il mondo, anche in Italia.
Le sabbie bituminose sono solo uno dei tanti prodotti compresi nell’immensa categoria del greggio non convenzionale, gamma che include anche tight oil, shale oil, oil shale.
Complici gli alti prezzi del barile degli anni passati, alcune società del settore hanno iniziato a investire in nuovi metodi per l’estrazione.
Così, procedendo per tentativi, hanno trovato il modo di rendere sfruttabile questa immensa ricchezza sparpagliata un po’ in tutto il mondo.
Per comprendere la rivoluzione in corso basta dare un’occhiata all’ultimo rapporto di British Petroleum sulle riserve globali.
Grazie alle sabbie bituminose, dal 2004 al 2013 il Canada è passato dalla dodicesima alla terza posizione nella classifica dei Paesi più ricchi di greggio.
Ma a fare la voce grossa del settore ci penssan gli Usa che hanno infatti sotto terra un sacco di shale oil: petrolio più facile da estrarre, e di qualità maggiore, rispetto a quello contenuto nelle sabbie bituminose.
Ecco perché, dice l’Agenzia internazionale per l’energia, entro l’anno prossimo gli States diventeranno i primi produttori globali di greggio, avvicinandosi all’indipendenza energetica nel giro di due decenni.
Per estrarlo bisogna fratturare i sassi, come si fa per il più famoso shale gas.
Il cosiddetto metodo del “fracking” prevede d’iniettare nelle rocce grandi quantità d’acqua, unita a sabbia e agenti chimici, perché solo così il greggio può fluire in alto.
Resta un problema. Se non si vuole assistere a un aumento della temperatura media terrestre superiore ai 2 gradi, considerata la soglia di non ritorno per evitare impatti devastanti sull’ambiente e l’economia mondiale, almeno due terzi di queste riserve non vanno estratte.
Lo dice il 98 per cento della comunità scientifica mondiale (rappresentata dal super gruppo di ricerca Ipcc), ma anche alcune organizzazioni lontane dalle istanze verdi come l’Agenzia internazionale per l’energia
Che questa grande risorsa possa diventare la nostra più grande minaccia?