Food News

Lavoratori sfruttati: vittime dei prodotti stranieri che consumiamo

Lavoratori sfruttati: vittime dei prodotti stranieri che consumiamo

Un prodotto agroalimentare su cinque, di quelli che arrivano in Italia dall’estero, non rispetta le normative in materia di tutela dei lavoratori vigenti nel nostro Paese.

Conserve di pomodori cinesi, ortofrutta sudamericana e africana, riso asiatico e fiori del Kenya: sono questi alcuni dei tanti prodotti stranieri presenti nei nostri mercati che, commercializzati a prezzi contenuti, vengono coltivati o allevati a prezzi ben più alti per la sicurezza e la salute dai lavoratori dei rispettivi paesi d’origine.

Il dato è stato diffuso attraverso il quinto Rapporto Agromafie 2017 realizzato da Eurispes in collaborazione con la Coldiretti e l’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare. Il rapporto si concentra particolarmente sul “caporalato invisibile”, fenomeno troppo spesso ignorato solo perché si verifica in territori lontani dal nostro.

Un fenomeno molto ampio che comprende lo sfruttamento del lavoro minorile, che secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), coinvolge circa 100 milioni di bambini in agricoltura, il lavoro di operai sottopagati e costretti a prestare servizio senza nessuna tutela per la salute, l’impiego di detenuti o e perfino di veri e propri moderni “schiavi”.

Le cifre delle importazioni

Il fenomeno ci coinvolge, seppur non direttamente: si  calcola che vengano coltivati o allevati all’estero più del 30% dei prodotti agroalimentari consumati in Italia. Negli ultimi decenni, poi, si è registrato un forte incremento delle importazioni di prodotti provenienti da paesi extracomunitari nei quali non valgono gli stessi diritti sociali dell’Unione Europea.

Basti sapere che, a titolo esemplificativo, lo scorso anno sono aumentate del  43% le importazioni di concentrato di pomodoro proveniente dalla Cina. Si tratta di una percentuale che ammonta a 100 milioni di chili, pari a circa il 10% della produzione nazionale in pomodoro fresco. Stesso discorso vale per il riso: nel 2016 è stato raggiunto il record delle importazioni di riso dall’estero; gran parte del quale arriva dall’Oriente. Significative sono le importazioni di nocciole provenienti dalla Turchia, un paese nel quale, secondo alcune fonti, avviene sistematicamente lo sfruttamento del lavoro delle minoranze curde. Anche i lavoratori kenioti, abili coltivatori di rose, sono troppo spesso vittime di sfruttamento per lavoro sottopagato e senza diritti.

Buona parte dello zucchero di canna, da qualche tempo entrato a far parte delle abitudini alimentari degli italiani, viene prodotto in Bolivia in piantagioni in cui, secondo i ben informati, si fa abuso di stimolanti per incrementare  la resistenza dei lavoratori.

Le responsabilità delle Istituzioni nazionali ed europee

Si tratta di un grave fenomeno che, segnala Eurispes, si perpetua nell’indifferenza delle Istituzioni nazionali ed europee che troppo spesso favoriscono il commercio di questi prodotti con agevolazioni o accordi per gli scambi che avvantaggiano le multinazionali.

Si tratterebbe quindi, secondo il celebre Istituto di Ricerca, di un immeritato regalo alle multinazionali del commercio che sfruttano gli agricoltori locali, costretti a lavorare in condizioni di lavoro disumane pur di guadagnare pochi spiccioli.

Fonte: Eurispes

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *